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IL MOSTRO della Laguna ha fatto la sua prima vittima. È il sindaco di
Venezia Orsoni, che firmando pochi giorni fa il patto scellerato con Pierre
Cardin entra nella storia delle Serenissima come un seguace non dei Dogi, ma
dei barbari, per immolarsi (dice lui) sull’altare del “patto di stabilità”. Il
Palais Lumière di Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alto due volte
e mezzo il campanile di San Marco, 110 metri oltre i limiti di sicurezza Enac
per il vicino aeroporto. Visibile da ogni angolo della città, l’ecomostro è un
“dono” alla terra d’origine di Pietro Cardin (nato in provincia di Treviso 90
anni fa), per “risanare Porto Marghera” e creare lavoro nei suoi 65 piani
abitabili, con appartamenti di lusso e attività commerciali e ricreative.
Autore del progetto è Rodrigo Basilicati, «nipote ed erede stilistico di Cardin
», laureatosi a Padova nel 2011: il più alto grattacielo d’Italia sarà dunque l’
opera di un neolaureato quarantenne, ma il nepotismo, si sa, giustifica tutto.
In commovente idillio, Orsoni (Pd) è d’accordo con le giunte leghiste di
provincia e regione per approvare a tappe forzate un progetto «strategico e
prioritario».

La direzione regionale dei Beni Culturali, su parere dell’Ufficio legislativo
del Ministero, ha dichiarato (27 novembre) che l’area è sottoposta ex lege a
vincolo paesaggistico a tutela dell’ecosistema lagunare, ma secondo Orsoni il
Consiglio comunale ratificherà comunque l’accordo, e per la cessione dei suoli
Cardin verserà 40 milioni, indispensabili per «affrontare le imposizioni del
patto di stabilità». Invano Italia Nostra stigmatizza le «distorsioni della
prassi amministrativa » di un Comune che si arroga i poteri di autorizzazione
paesaggistica, mentre le professionalità utilizzate (due geometri e un perito
industriale) sono palesemente inadeguate. Intanto, le banche francesi rifiutano
a Cardin il prestito di 40 milioni, e mentre lui giocando al ribasso propone di
versare “a fondo perduto” solo il 3% (1.200.000 euro), il cardinal nepote
Basilicati dichiara che il documento firmato «è solo una bozza».

In tanta confusione, qualche punto è chiaro: primo, i dati sull’inquinamento
sono truccati. Nel documento Cardin presentato in Conferenza dei servizi, si
vanta una bonifica delle aree destinate al grattacielo (ad opera della
Provincia) che non è mai avvenuta, si parla a vanvera di valori nei limiti
tabellari di legge, senza precisare che si tratta di valori previsti per le
aree industriali e non per quelle residenziali, e si ignora che le fondamenta
dovrebbero attraversare tre falde acquifere; intanto la stessa Direzione
Ambiente del Comune assicura che farà rispettare le norme contro il dissesto
idrogeologico, cioè condanna il progetto senza appello. Secondo: se non avrà i
permessi, Cardin minaccia di trasferire in Cina il suo palazzo, con ciò
mostrando con quanta attenzione a Venezia esso sia stato concepito, se può
indifferentemente stare anche a Shanghai. Terzo: mentre un ex sindaco di
Venezia dichiara cinicamente che «il progetto è orribile, ma a caval donato non
si guarda in bocca», Cardin monetizza la vista su Venezia, mettendo in vendita
a prezzi altissimi gli appartamenti dei piani alti, destinati ai ricchi,
«perché ci saranno sempre ricchi e poveri ». Insomma, il suo “dono” è quello
che Manzoni chiamerebbe “carità pelosa”, fatta non per amore del prossimo ma
per proprio interesse. Ma mentre il ministro dell’Ambiente Clini ed altri
notabili esultano per l’imminente disastro, una dura mozione della massima
accademia francese di scienze umane (Académie des Inscriptions et Belles
Lettres) «esprime viva inquietudine per le minacce che pesano su Venezia e la
laguna. Deplora che navi di grande tonnellaggio continuino a entrare nel bacino
di San Marco, sfidando la fragilità di un sito unico al mondo e mettendolo alla
mercé di possibili incidenti. Si stupisce che possano esser presi in
considerazione progetti architettonici offensivi e assurdi, e osa sperare che
il “Palais Lumière” previsto a Marghera, a causa della sua smisuratezza, non
venga mai realizzato. Unisce la sua voce a chi disapprova queste iniziative e
chiede che vengano respinte ». Dalla Francia viene dunque un forte monito e una
lezione di civiltà, coerente con la recente decisione, dopo un referendum
popolare, di bloccare il progetto (non di un neolaureato, ma dell’archistar
Jean Nouvel) di costruire cinque grattacieli sull’isola Seguin, già sede di
stabilimenti Renault (sulla Senna, a 8 km dalla torre Eiffel), riducendolo a un
solo edificio, e più basso.

Ma perché Cardin, se davvero vuol dar lavoro ai veneti, non può edificare, nei
200.000 metri quadrati che avrebbe a disposizione, cinque torri da 50 metri,
con la stessa volumetria totale? Perché l’inquinamento dell’area viene trattato
con tanta leggerezza, proprio mentre il patriarca di Venezia Moraglia dichiara
che «non è accettabile contrapporre il lavoro alla salute o all’ambiente, come
si è fatto a Taranto»? Perché si favoleggia di “risanare Porto Marghera”,
quando l’area interessata è di soli 20 ettari su 2.200? Perché i notabili della
città fomentano la frattura fra i contrari al progetto e chi con l’acqua alla
gola (letteralmente) è pronto a svendere tutto? Perché non rispondere nel
merito e passare agli insulti? Tra le non poche finezze di Basilicati c’è
infatti anche questa: secondo lui, chi ha firmato contro l’ecomostro (come
Dario Fo, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg, Vittorio Gregotti) «usa il nome di
Cardin per finire sui giornali». E lo zio Pietro, di rincalzo: «il mio palazzo
sarà un faro che illuminerà la città, per giunta gratis».

Questi segnali di degrado civile, particolarmente intensi a Venezia, si
avvertono in tutta Italia sotto il giogo del “patto di stabilità”. Costringendo
i Comuni agli stessi introiti che avevano prima dei drastici tagli dei
contributi statali (nel caso di Venezia, anche della Legge Speciale), queste
norme inique spingono dappertutto verso la svendita e la privatizzazione dei
patrimoni pubblici. Anzi, secondo una fresca intesa tra Demanio e
Confindustria, immobili pubblici «di particolare pregio» possono essere venduti
«anche per utilizzi industriali» (Corriere della Sera,
20 dicembre). Abbiamo dunque dimenticato che i beni pubblici sono il
portafoglio proprietario dello Stato-comunità, sono la garanzia della sovranità
e dei diritti costituzionali dei cittadini, lo «strumento privilegiato delle
grandi libertà pubbliche» (Gaudemet)? Il mostro della Laguna succhia a Roma i
suoi veleni, e la sua vittima non è Orsoni, è Venezia. La vittima di una
“stabilità” cieca che ignora i diritti è la nostra Costituzione. La vittima è l’
Italia, che si pretende di salvare condannandola a mettersi in vendita, in
balia di avventurieri e nepotismi. Le vittime siamo noi, i cittadini.

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