VENEZIA TEATRINO DEI PUPI?

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Venezia: da patrimonio dell’umanità a teatrino dei pupi

di Lidia Fersuoch domenica 17 marzo 201310 0

La presidente della sezione veneziana di Italia nostra invia questo scritto, esemplare per la sostanza della denuncia e la correttezza della questione posta all’Unesco: da che parte state a Venezia?

Esattamente duecento anni dopo la nascita di Goldoni, Georg Simmel scriveva: «Tutti a Venezia camminano come su un palcoscenico: durante le loro occupazioni inconcludenti, o le loro vuote fantasticherie, sorgono improvvisamente da un angolo della strada e spariscono subito in un altro, e hanno qualcosa degli attori che non sono nulla né a destra né a sinistra della scena; il gioco non ha luogo se non sul davanti della scena ed è senza causa nella realtà anteriore, senza conseguenze nella realtà ulteriore»[1].
Simmel non amava Venezia, e lo si sente anche da questa breve citazione. Egli comunque aveva colto questa caratteristica teatrale della quotidianità veneziana, per lui grottesca, per chi apprezza il vivere qui, piacevole e coinvolgente; Venezia, osservatorio antropologico perenne: come dice Zanzotto, «fantasma puro, dell’intersezione, dell’intercolloquio di genti tempi e spazi»[2].

Altri cento anni, cento cinque per la precisione. Una frase colta fra turisti in piazza S. Marco diventa titolo di un fortunato piccolo libro di Enrico Tantucci: ‘Papà, a che ora chiude Venezia?’ [3]. La quinta reale in cui i veneziani si muovevano e interagivano fra loro, apparendo e sparendo ai lati dei campi e incontrandosi, diventa quinta di cartapesta, in cui non c’è più nulla da osservare, perché tutto è inautentico. Da teatro per noi stessi siamo divenuti avan spettacolo per altri, da maestoso palcoscenico della vita (veneziana) a fondale da consumarsi in pochi ore perché forse, di sera, Venezia chiude. Sono le prove generali per una chiusura definitiva. Per il crepuscolo della città, che è iniziato da tanto tempo.

Negli ultimi 60 anni Venezia ha perso due terzi di abitanti. Nel 2012 se ne sono andati 722 di veneziani, 92 in più dell’anno precedente. Di questo passo alla fine del secolo la città sparirà. Stop, nessun residente; solo comparse o turisti che come durante il carnevale vengono a vedersi l’un con l’altro.
E se spariscono gli abitanti sappiamo bene cosa aumenta. Stime ufficiali, ma non aggiornate, parlano di 22 milioni di turisti. Ma il nostro vicepresidente Paolo Lanapoppi, confrontando sinergicamente dati aggiornati ma parziali, ha concluso, calcolando per difetto, che i turisti sono 30 milioni[4]. Tirando le somme, dunque, si può dire che a ogni veneziano spettano 508 turisti. E il rapporto è inversamente proporzionale: aumentano i turisti, calano i veneziani. C’è un nesso inconfutabile. La prima cosa da fare sarebbe tutelare la residenza, con norme e incentivi anche fiscali ed economici.

La giunta Cacciari consentì la variazione di destinazione d’uso degli immobili – prima non permessa -, da residenziale a terziario e turistico. E per la residenzialità fu un duro colpo. Ma è di questi giorni la notizia che la Regione si appresta a discutere e ad approvare una nuova legge sul turismo di cui un articolo “prevede che la locazione di appartamenti a fini turistici non venga più considerata attività ricettiva”. Di fatto, una totale liberalizzazione.

Le ultime amministrazioni (con Provincia e Regione) hanno lasciato che il turismo costituisse la principale risorsa, ma questa monoeconomia ha portato la città allo stato in cui è, ha disgregato il tessuto sociale, espellendo i residenti. «Il turismo impedisce alla città di scegliere» ha detto con lucidità l’assessore alle attività produttive, mentre al contrario si deve avere «il coraggio di privilegiare le attività più deboli per ricreare la complessità della città»[5]. E invece si punta solo sul terziario o sul porto. Terziario e porto – sovradimensionati – sono la rovina di Venezia. Nel cahier de doléances su Venezia, al primo è la città tradita, degli abitanti che la abbandonano perché evidentemente non è più considerata una polis, quel modello di perfezione urbana e sociale che è stata la sua fortuna.

Al secondo posto, il luogo che ha fatto nascere Venezia: la Laguna. Complesso ecosistema non artificiale, ma storicizzato, «ecomosaico»[6], che non costituisce il limite fisico, l’opposto della città, bensì una parte della stessa città e che con essa rappresenta un «sistema unitario di funzioni»[7]. Non a caso l’Unesco nel 1987 dichiarò Venezia patrimonio di tutta l’umanità assieme e inscindibilimente alla sua Laguna. Ma cos’ha di tanto particolare l’ecosistema Laguna?

Venendo in treno o in automobile dal ponte translagunare si vede un bacino salmastro che abbraccia Venezia. Ma chi giunge in aereo e sorvola alcune aree intatte, percepisce una distesa, mobile alla luce, di terre non terre e acque non acque; terre poco elevate sul mare e canali poco profondi che le innervano, creando un arabesco di luci e di ombre. Dalle tre bocche di porto prendono avvio i tre canali portuali che addentrandosi in Laguna, si diramano in venature di sempre minor sezione e profondità. Come c’è una varietà di profondità dei canali così c’è una varietà di emergenze di terre, descritte da un lessico peculiare: paludi, velme, barene.

E mi viene in mente ancora il poeta Zanzotto, che nel filò per il Casanova di Fellini scrive: «o luna dei busi fondi (dei baratri fondi) … le gran barine di ti se inlaga (le grandi barene di te si allagano)»[8], si allagano per effetto delle maree determinate dalla luna, ma anche si allagano del chiarore lunare. Le gran barine …

Ma dove sono le grandi barene di Casanova, che Zanzotto ancora vagheggia? Nel XVII secolo costituivano circa 255 km2 del territorio lagunare; nel 1970 si erano ridotte a 64 km2. Negli ultimi 60 anni si sono dimezzate e se non si interverrà, a metà del nostro secolo spariranno. E la Laguna, perse le proprie caratteristiche funzionali, non sarà più una laguna, ma una indifferenziata distesa di acque sempre più profonde, una baia marina[9].

Cosa distrugge il tessuto morfologico lagunare? L’officiosità idrodinamica – lo scambio tra mare e Laguna – drammaticamente aumentata per gli interventi realizzati nell’ultimo mezzo secolo. Fra questi, la costruzione sulle tre bocche di porto di dighe foranee e l’escavo dei grandi canali industriali (specialmente il Canale Malamocco-Marghera o dei Petroli, a collegamento del porto di Malamocco con l’area produttiva di Marghera). Ciò ha innescato processi erosivi che distruggono le barene e hanno fatto sprofondare mediamente di un metro i fondali in Laguna centrale.

Per tutelare le forme originarie della Laguna è necessario contrastare i fenomeni erosivi. Si potrebbe ancora farlo, se ci fosse la volontà politica di operare in tal senso. La laguna è un bene non solo ambientale, ma culturale, a proposito dei discorsi che sono stati fatti in questa sede. I nuovi interventi che si profilano all’orizzonte mirano invece all’espansione del porto, con nuovi scali anche in aree ambientalmente pregevoli, con navi sempre più grandi, e con inevitabile approfondimento dei canali industriali.

È notizia dei giorni scorsi che la Commissione di Salvaguardia ha miracolosamente bocciato un progetto di raddoppio in larghezza del Canale dei petroli, portandone la profondità a 12 m[10]. Anche un bambino sa che il Canale dei petroli è stato uno dei più gravi misfatti compiuti in Laguna. Ciò che potrebbe sorprendere è che il progetto è stato redatto dal Magistrato alle Acque e approvato dalla Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici.

Questo è lo stato delle cose a Venezia. Troppi interessi e poco coraggio. Per questo ci era venuta l’idea di rivolgerci all’Unesco. In due anni abbiamo spedito tre lettere, per chiedere che il sito venisse iscritto nelle Danger List. Abbiamo ottenuto solo una risposta formale. Nel contempo, l’Unesco ha elaborato il Piano di gestione del sito, coinvolgendo molti portatori di interessi, ma non noi. Forse si pensava che non potessimo collaborare, per alcune divergenze di fondo: tale piano ad esempio, ritiene il progetto Mose risolutore delle acque alte, quando le sue ben note criticità sono ormai pubblicate nero su bianco (rimando alla consulenza della ditta Principia[11], e alla relazione della Corte dei Conti[12]). Sempre il piano di gestione Unesco non ha una parola di riserva sul piano morfologico della Laguna, redatto dal Magistrato alle acque, che ha portato ad esempio alla realizzazione di finte barene, vere isole artificiali.

Noi però continuiamo a dichiararci disponibili, pronti al confronto, anche vivace, in attesa di una presa di posizione coraggiosa dell’Unesco, che nel 2009 ha pur cancellato Dresda dalla lista dei siti, per una grande opera (una!), e di ricaduta comunque inferiore rispetto agli interventi che ci troviamo ad affrontare a Venezia. Avremmo bisogno di aiuto concreto, e lo chiediamo ancora all’Unesco, e ora anche a Europa Nostra: è nostra intenzione portare il prossimo anno la candidatura della Laguna di Venezia come sito in pericolo di Europa Nostra.

[1] G. Simmel, Venedig, http://socio.ch/sim/verschiedenes/1907/venedig.htm.

[2] A. Zanzotto, Venezia, forse, in F. Roiter, Essere Venezia, Udine, Magnus, [1977].

[3] E. Tantucci, A che ora chiude Venezia?, Venezia, Corte del Fontego editore, 2011.

[4] P. Lanapoppi, Caro Turista, Venezia, Corte del Fontego editore, 2011.

[5] D. Ghio, Il turismo impedisce a Venezia di scegliere, «Il Gazzettino», 16 ott. 2011.

[6] La valutazione di impatto ambientale relativa agli Interventi alle bocche lagunari per la regolazione dei flussi di marea. Studio di impatto ambientale del progetto di massima, http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/.

[7] L. Bonometto, Il crepuscolo della laguna, in La laguna di Venezia. Ambiente, naturalità, uomo, Portogruaro, Nuovadimensione, 2007, p. 181.

[8] A. Zanzotto, Recitativo veneziano, in Filò. Per il Casanova di Fellini, Venezia, Edizione del Ruzante, [1976].

[9] cfr. L. D’Alpaos, Fatti e misfatti di idraulica lagunare. La laguna di Venezia dalla diversione dei fiumi alle nuove opere alle bocche di porto, Venezia 2010.

[10] E. Tantucci, Canale dei Petroli. La salvaguardia dà lo stop all’escavo, «la Nuova Venezia», 1 marzo 2013.

[11] http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/ [12] Delibera n. 2_2009 relazione – Corte dei Conti.

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  1. Parlate di ambiente e st a casa riempiendo venezia di autodesivi in plastica circa 1000 anni prima vhe si distruggano avete ricoperto la città fi cartelloni senza pagare una liravdi tasse fate schifo in un periodo di crisi nazionale fate una festa per far perdere il posto di lavori a circa 5000 persone ma voi che cazzo fate nella vita??? Come vi procurate il cibo?? Come pagste gli affitti

  2. Se non ci fossero la voce e il lavoro volontario dei comitati delle associazioni ambientaliste, il progetto di distruzione definitiva della laguna di Venezia andrebbe avanti senza più remore. Tu sei libero di schierarti dalla parte dei distruttori, noi altrettanto di dedicare le nostre energie a porre un freno agli appetiti di speculatori e grassatori d’ogni sorta. Condivido la seguente dichiarazione di Silvio Testa:
    “Si continua a devastare la laguna per adattamenti portuali. Gli industriali sono molto attenti alla logica della privatizzazione dei guadagni e alla socializzazione delle perdite. I ricavi sono nelle tasche di pochi, le perdite, anche in salute, sono nelle tasche di tutti. Lo studio dell’Università di Ca’ Foscari sui costi e i benefici delle navi parla chiaro: i costi sono paragonabili ai ricavi. E non sono stati calcolati l’inquinamento da polveri sottili, i danni ai monumenti della città e i danni morfologici della laguna. Contestiamo il gigantismo insostenibile, ma sono benvenute le crociere con navi di diverse dimensioni. Basta navi grandi tre volte il Titanic.”

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