Archivio mensile:luglio 2013

KEY WEST E VENEZIA UNITE NELLA LOTTA

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Il 16 luglio scorso il portavoce del Comitato No Grandi Navi ha ricevuto la seguente proposta:

“Ciao Silvio, ho ricevuto il tuo indirizzo email dall’amico e collega Gianluca Amadori. L’altro giorno gli avevo chiesto lumi sui responsabili del comitato veneziano contrario all’ingresso delle meganavi nel bacino di San Marco e in laguna, per sapere chi contattare per un singolare caso di “emergenza”. Io sono Gianni Novara, ero cronista al Gazzettino di Treviso fino al 2003. Ti ricordo bene, nonostante tanto tempo sia passato. Spero che anche tu abbia una vaga idea di me. Sono ancora giornalista ma ormai dal 2005 vivo e lavoro negli Stati Uniti, precisamente a Key West, in Florida. Poi caso mai ti racconterò i dettagli. Sono cittadino italo-americano. Non sapevo che tu sei il portavoce del comitato contro le grandi navi, me lo ha detto Gianluca. Questa lunga mail la scrivo per chiederti un importante aiuto che forse potrà giovare anche a Venezia. Qui a Key West cerco sempre di partecipare alla vita locale e in questi ultimi mesi si è presentata la necessità di schierarsi pro o contro l’arrivo delle meganavi, esattamente come a Venezia. Key West è un’isola piccola (6 Km e mezzo per 2 scarsi), più piccola di Venezia, che già oggi a stento sopravvive all’assalto spropositato di una fiumana di turisti che vi giungono attraverso una lunghissima strada fatta di ponti, o in aereo, o via mare con yacht privati o con le navi da crociera. Si dice che tra poco l’embargo che ci separa da Cuba, distante da noi solo 150 chilometri, verrà magnanimamente tolto da Obama. Dietro questo gesto di paterna bontà, atteso da troppo tempo da tutti per i più svariati motivi, ci sono interessi miliardari, progetti commerciali devastanti già perfettamente studiati a tavolino, mire di potere, riscatto dall’onta dei giorni della Baia dei Porci. Cuba rimane un importantissimo nodo strategico sul lato Nord Est del Centro America e America Latina. Se la si potrà di nuovo “americanizzare”, si creerà un percorso via mare, protetto, che come una grande virgola condurrà fino a Panama. E’ una corsa capitalista importante per vincere i Cinesi, da anni interessati pure loro al dominio sul canale panamense. I cubani scappati da Cuba, quelli arricchiti e ormai padroni di Miami, hanno già ricevuto un incarico non scritto: saranno probabilmente loro a gestire il primo assalto del consumismo più sfrenato che si scatenerà sull’isola del Che, appena Obama, bontà sua, ci concederà di essere liberi di andarci. In mezzo a questo affare da grandi potenze e da nababbi, ci sono guarda caso le meganavi: Key West sarà una tappa di sogno per questi tour fuori scala, che potranno così puntare la prua anche su Cuba dove ad attenderli ci saranno casino con e senza accento, mega parchi di divertimenti come a Orlando, resorts, villaggi vacanze, ogni sorta di attrazioni “made in Usa”. Cuba non sarà piu’. Key West sarà sempre di meno.
L’equilibrio ecologico di questa nostra isola è proprio in questi tempi delicatissimo: Key West è la penultima perla di un rosario di isole che si protende nel Golfo del Messico, protetto dalla barriera corallina più famosa d’America. Ma i coralli e la fauna stanno morendo a causa dell’assalto malamente gestito dei flussi turistici, a causa dalla pesca indiscriminata, dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Da novembre a maggio qui è alta stagione: quando nel resto del mondo fa freddo, da noi si viene a svernare. L’isola conta circa 25mila abitanti residenti. In alta stagione ci sono più di 100mila persone senza contare i turisti mordi e fuggi delle navi da crociera. La presenza turistica annua si aggira sui 2 milioni e mezzo di visitatori. Un assalto che porta denaro ma che mette a dura prova l’ecosistema, l’equilibrio psicofisico degli isolani, la salute, i ritmi circadiani di chi ci crede ancora. Potrebbe essere una perla esclusiva dei Tropici dove si viene in vacanza perché il rispetto per l’ambiente e per l’uomo è così alto che pare di essere in Paradiso, una sorta di Accademia ambientale. Invece c’è soltanto una sete di denaro pazzesca e l’economia è stravolta da nuove istanze, capricci: si costruisce ovunque nonostante la crisi del 2008 non sia ancora cessata. Il flusso quotidiano delle grandi navi da crociera è di due-tre al giorno nei periodi di punta (più o meno 850mila persone all’anno). Il fondale è basso e con le eliche e lo spostamento della massa d’acqua che gli scafi producono, il danno è costante, quotidiano. I trenini vanno ad accogliere i turisti al molo (non esiste un porto vero e proprio) dove le navi, ormeggiate davanti agli hotel del centro, rigurgitano la fiumana. Esattamente come a Venezia il centro storico pullula paccottiglia: magliette, souvenir, bar, buona parte in mano a russi e israeliani che non hanno certo a cuore la Natura. Solo considerando la produzione di escrementi, pur filtrati e depurati, che una popolazione di oltre centomila persone riversa quotidianamente in mare, si ha l’idea di quanto sia enorme la massa di elementi chimici che si disperde ovunque e copre lentamente i fondali! È possibile, in nome dell’arricchimento (di pochi), accettare un simile dramma?
Il primo ottobre i residenti come me diranno con il voto se desiderano accogliere anche le meganavi. Dire di sì significa autorizzare lo scavo di un profondissimo bacino che sfonderà il basamento di calcare su cui poggia l’isola, e lo scavo di un canale che condurrà dal nuovo porto sino alla barriera corallina, lungo 6 chilometri circa. Va da sé che anche il valico della barriera dovrà essere approfondito ed ampliato per consentire il passaggio di quei bestioni. Va altrettanto da sé l’aumento dello scempio dei coralli e della micro fauna e flora che già adesso sono in pericolo di vita perché ammalati di inquinamento. Un altro gravissimo danno è attuato già oggi contro la laguna e le mangrovie, piante acquatiche protette dalle leggi perché svolgono un importantissimo compito di filtraggio dell’acqua e che con le loro complesse radici che si avvinghiano sul fondo della laguna proteggendola in modo insostituibile dalle devastazioni degli uragani: molte di esse sono ormai malate. Tutta questa lunga premessa per spiegarti la mia idea: io vorrei che tra i due comitati che si prodigano contro le meganavi, quello veneziano e quello di Key West, si istituisse una sorta di gemellaggio, a significare che le stesse problematiche, le stesse istanze inderogabili, sono percepite con grande ansia e spavento in due parti del globo molto distanti tra loro ma molto simili nelle emergenze. A Key West la corsa contro il tempo è frenetica: il referendum del 1. ottobre segna il confine che ancora si può porre contro la presenza delle meganavi. Se non riusciremo a sensibilizzare la popolazione a votare NO, questo piccolo gesto di espressione democratica verrà ovviamente sfruttato dalla controparte e non ci sarà più nulla da fare. Chi vuole le meganavi dice che esse sono l’unica salvezza dell’isola che altrimenti scomparirà dalle liste delle offerte turistiche di tutto il mondo perché non più competitiva!
Ti chiedo molto seriamente di pensare alla mia proposta: l’idea del gemellaggio l’ho spiegata al portavoce del Comitato locale. È stata subito accolta favorevolmente anche se tutti si domandano come sia possibile mettere le nostre istanze di un’isola così piccola e in fondo poco nota, al fianco di una realtà di fama mondiale come Venezia. Ma mi hanno autorizzato a contattarvi. Hanno capito la semplicità e la bontà del mio sogno. Io credo fermamente che un gesto come quello che ti propongo sarebbe di grande, positivo impatto non soltanto per Key West ma anche per Venezia stessa. Ci sarebbe al vostro fianco una voce in più che grida e si batte contro lo stesso tipo di scempio. Sarebbe una importante occasione dal punto di vista pubblicitario: i media sarebbero certamente interessati dall’intesa che esiste tra le due isole incredibilmente simili in quanto a laguna, fondali, mole di inquinamento, impatto turistico, ecc. Sarebbe un gesto in più per conclamare ai quattro venti l’incommensurabilità del danno irreversibile che questo tipo di insano turismo può causare ovunque nel mondo.
Ti rubo del tempo prezioso e me ne scuso. Ma questo contatto con te, adesso, per noi è di vitale importanza. Spero molto che tu sia in grado di fare qualche cosa. Intanto grazie per aver avuto la pazienza di leggermi.
Ti sono vicino nelle tue battaglie.
In ogni caso, positivo o negativo, ti prego di farmi avere una risposta.
Un cordiale saluto e in bocca al lupo per le tue iniziative!
Gianni Novara.”

Mio commento:

Quando tradussi “Oggetti di reato” di Patricia Cornwell, Mondadori Editore, mi venne una voglia pazza di andare a vivere a Key West, la location del giallo. Ora scopro che Gianni Novara l’ha fatto davvero… e figuriamoci se non mi intriga la proposta di gemellaggio Key West – Venezia, malgrado i motivi di base siano tutt’altro che allegri:-/

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La cosa è andata avanti e il giorno 30 luglio è apparso nel gruppo google il seguente nuovo comunicato:

Il Comitato NO Grandi Navi di Key West – chiamiamolo così per capirci tra di noi vista l’identica battaglia che sta conducendo – ci propone di sottoscrivere una risoluzione congiunta che secondo me può portare a positivi sviluppi e, nella peggiore delle ipotesi, ci permetterebbe di sfruttare la cosa in termini mediatici. La risoluzione sarebbe molto importante per loro, impegnati allo spasimo, a quanto ho capìto, in vista di un referendum pro o contro le grandi navi che si terrà a ottobre e che temono di perdere per le stesse campagne di disinformazione che sperimentiamo anche qui e contro gli stessi poteri forti che lì come a Venezia mirano solo al loro utile indifferenti all’ambiente e alla salute dei cittadini.
Ci hanno inviato una bozza, con la traduzione italiana che allego qui sotto. Mi pare che in linea di massima possa andare bene, ma chiunque abbia suggerimenti da dare risponda a questa mail, confermando preliminarmente l’opportunità o meno di aderire alla richiesta di risoluzione congiunta. Poi non so chi la possa firmare, perché noi non abbiamo né segretari né presidenti né rappresentanti ufficiali, ma in caso ci penseremo…
Silvio

Bozza per una risoluzione congiunta tra il Coordinamento “No Grandi Navi” di Venezia (Italia) e il “Comitato Per Un Turismo Responsabile” di Key West, Florida, USA
al fine di coordinare le proprie attivita’ per limitare la misura dei vascelli nei porti marittimi storici.

CONSIDERATO CHE le citta’ di Venezia Italia e Key Est Fl sono destinazioni conosciute a livello internazionale che affrontano simili minacce e sfide per mantenere la propria unica integrita’ storica mentre allo stesso tempo producono una fiorente economia per dare supporto economico ai bisogni dei propri residenti,

CONSIDERATO CHE le attrazioni di entrambe le citta’ marinare, quelle naturali e quelle costruite nel tempo, combinate con il proprio significato storico, hanno fatto si’ che quei luoghi diventassero destinazioni estremamente attrattive per generazioni di turisti al punto tale che il turismo oggi rappresenta la piu’ grossa risorsa di guadagno per le loro rispettive economie,

CONSIDERATO CHE entrambe le destinazioni danno alloggio a una grande varieta’ di turisti: da quelli “semi permanenti” che possono soggiornare nelle proprie case, a turisti che stanno a lungo e prenotano la propria permanenza per varie settimane, a turisti a termine breve che possono stare da uno a pochi giorni, fino ai visitatori giornalieri che arrivano nei due luoghi suddetti principalmente con l’autobus (bus e treno a Venezia) o con la nave da crociera. Questo ultima tipologia di clienti generalmente ha solo poche ore a disposizione per fare una esperienza diretta con la destinazione prescelta,

CONSIDERATO CHE in uno sviluppo relativamente recente entrambe, Key West e Venezia, hanno visto un aumento sproporzionato del volume del turismo di massa a breve tempo, il cui maggior impatto e’ stato associato alle navi da crociera,

CONSIDERATO CHE la tendenza della attivita’ del turismo navale e’ stata quella di aumentare la stazza dei natanti in modo da poter contenere sempre piu’ passeggeri ed equipaggio in tempi piu’ brevi possibile e che questo sviluppo e’ stato finalizzato esclusivamente in funzione della convenienza e del profitto dell’industria delle crociere, senza riguardo verso il potenziale impatto negativo creato ai porti e sui porti,

CONSIDERATO CHE le pressioni create dalla massa e dalla potenza di questi massicci scafi producono forze che danneggiano e minacciano la sostenibilita’ dell’ambiente sia naturale che edificato, luoghi che mai erano stati concepiti per sopportare cosi’ ricorrenti e concentrati assalti,

CONSIDERATO CHE la proporzione di queste nuove grandi navi eccede di gran lunga qualsiasi pur larga ipotesi di accoglienza per cui questi porti fossero stati progettati, e che la misura fuori scala delle nuove dimensioni opprime e sconvolge l’assetto storico dei due siti storici diminuendo il piacere visivo e il senso stesso del luogo,

CONSIDERATO CHE le emissioni di quest grandi navi costituiscono una significativa fonte di inquinamento,

CONSIDERATO CHE che il numero di passeggeri ed equipaggio che sbarcano dalle grandi navi puo’ intasare e sconvolgere le strette e storiche calli e strade e diminuire quindi, a scapito del tradizionale ben piu’ alto valore economico, la positiva che i turisti amanti della natura e del rispetto avevano prima di questo nuovo evento,

CONSIDERATO CHE la sedimentazione causata dalle massicce spinte sott’acqua di questi scafi minaccia l’ecosistema della laguna di Venezia e la salute dei coralli e della barriera corallina di Key West,

SI E’ DUNQUE DECISO che le due organizzazioni “No Grandi Navi” di Venezia (Italia) e “Comitato per il turismo responsabile di Key West” si accordano da oggi per coordinare insieme i propri sforzi nell’intento di educare il pubblico riguardo all’estremo bisogno di limitare il volume delle navi e il numero dei passeggeri che e’ possibile sbarcare giornalmente nei porti marittimi storici e nell’intento di avanzare l’istanza di una buona regolamentazione delle risorse in modo da promuovere la sostenibilita’ ed incoraggiare un uso bilanciato dei luoghi e scoraggiare la presenza di una sovrappopolazione che svilisce le tradizionali esperienze vissute dai turisti e dai residenti.

SI DECIDE inoltre che il segretario di ciascuna delle organizzazioni preparera’ delle copie di questa risoluzione da distribuire agli organi di informazione per rendere nota la posizione mantenuta insieme e il proprio impegno a lavorare insieme per raggiungere gli scopi di cui sopra.

Firma del presidente del Comitato “No Grandi Navi”

Firma del presidente del KW Committee for Respnsible Tourism

Data del giorno in cui si stabilisce l’accordo.

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UN SOGNO DELLO SCRITTORE RENATO PESTRINIERO

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Pestriniero

(Renato Pestriniero)

Pubblico tre contributi dello scrittore veneziano Renato Pestriniero.

1) Un sogno

Essendo risultato ormai inevitabile che le grandi navi debbano essere allontanate dal bacino San Marco, le nostre autorità cittadine si sono recate a Roma per vedere di sistemare la questione presentando ben sette soluzioni alternative per evitare gli attuali passaggi pericolosi.
Quasi contemporaneamente due grandi navi hanno sfiorato la Riva dei Sette Martiri.
Queste coincidenze mi hanno provocato grande angoscia e l’angoscia mi ha proovocato un sogno che definirei piuttosto un incubo.
Eccolo.

* Vista l’impossibilità di mantenere la tesi della sicurezza, per non perdere la faccia e quant’altro sette progettisti di rotte alternative decisero di non farsi la guerra e approfittare del momento: accettare quindi la soluzione che sarebbe stata scelta dal governo centrale, massimo organo competente per rotte lagunari e qualsiasi altro problema veneziano, e poi spartire quanto sarebbe stato realizzato in sette parti uguali da buoni fratelli.

* Per dare impulso definitivo al progetto bisognava però creare una situazione-limite che provocasse grande rumore e fosse divulgata dai media di tutto il mondo.

* Un altro caso Isola del Giglio non sarebbe stato auspicabile, però un accadimento che lo facesse ricordare poteva essere la soluzione giusta.

* C’era forse qualche abile capitano in grado di prestarsi? Possibile ma costava. E se la cifra fosse stata divisa per sette? OK e ne avanzava. D’altra parte, fare squadra è l’unica soluzione per arrivare al risultato, lo dicono tutti e di qualsiasi ideologia politica, solo così si può andare avanti, basta con le contrapposizioni che portano all’immobilismo, soprattutto quando è in gioco l’esistenza della più bella città del mondo!

* Purtroppo il capitano selezionato era un tipo che parlava troppo e la cosa venne alle orecchie di un suo collega che disse: e perché io no? No, tu no! Disse il primo capitano, l’inchino a Venezia lo faccio io. Ma il collega ribatté: per arrivare a un risultato dobbiamo fare squadra. L’altro non rispose.

* L’inchino venne fatto in fretta e furia e tutti i media del mondo ne parlarono. Ormai era deciso, le grandi navi dovevano cambiare rotta, e il brindisi dal ponte più alto con vista San Marco sarebbe stato fatto un po’ più in là.

* Ma il collega non perse tempo e appena in vista della Piazza… zacchete! Anche lui s’inchinò a Venezia raschiando le barbe di alghe che ornano la Riva dei Sette Martiri.

A questo punto mi sono svegliato. Per fortuna era solo un sogno poiché vicende di questo genere non possono rientrare nella realtà. Infatti la dimensione onirica è il regno dell’impossibile.
Adesso sono rientrato anch’io nella normalità e mi sento del tutto tranquillo.

Renato Pestriniero

2) QUELLI DEI QUADRI

(questo racconto fu scrtitto nel 1971. Fu pubblicato 13 volte in Italia, Francia, Bulgaria, Stati Uniti d’America,, Germania)

Il suono si fece strada faticosamente nelle vischiosità del sonno. Enrico cominciò a svegliarsi. Con il secondo piagnisteo della sirena si svegliò del tutto ed entrò nel significato di quel suono. Capitava solo una o due volte all’anno ma era una seccatura.
Bassa marea.
Aperte le imposte, girò lo sguardo sul paesaggio ritagliato in un fondale grigioperla. Il cielo era basso, tagliuzzato dai fili della luce. A pochi centimetri sopra la sua testa il tetto dell’abbaino incorniciava ad angolo la visuale. A lui piaceva, quel tetto così basso gli dava un senso di intimità, di calore, come un cappello nelle giornate d’inverno fredde e bagnate.
Si soffermò ancora per qualche attimo, stretto nella coperta, a sbadigliare ai tenui colori di quel nuovo giorno. La nebbia stava invadendo ogni spazio. Avanzava a sbuffi morbidi, si ingolfava lungo il Canal Grande e il Canale della Giudecca stemperandosi nell’intreccio di calli e canali, filtrava nelle corti strette intorno ai pozzi slabbrati, dentro vecchie porte socchiuse ormai inutili. La città quella mattina appariva come una tavolozza lavata. L’unica macchia decisa, non ancora spenta dalla nebbia, era il rossobruno dei tetti al di là del canale, tutto il resto era un sipario dilavato di grigi che si sovrapponevano l’uno sull’altro tagliati dalle anacronistiche arrugginite antenne TV.
Al di là del sipario il campanile di Santa Maria Formosa batté sei colpi, unico segno di vita dalla città. I rumori sarebbero cominciati verso le otto e mezzo con il Quadro di Francis. Prima di quell’ora ci sarebbe stato solo il rombo del charter delle sette e cinque, sempre che il vento soffiasse dalla parte sbagliata.
Con i charter arrivavano i visitatori dei Quadri. Per quanto lo riguardava potevano andare tutti a farsi fottere, con le loro olocamere e le loro esclamazioni standardizzate e i loro abiti carnevaleschi e soprattutto la loro ben levigata ignoranza.
Rientrò. La doccia, le istruzioni sulla lavagna, il costume del mercoledì, la luce, il rubinetto dell’acqua. Scese i quattro piani di scale strette e attorcigliate, gli scalini arrotondati dai secoli, l’intonaco lebbroso, l’aria di muffa. Fu nella calle. Proprio in quel momento, contrariamente a quanto aveva sperato, il charter fece udire il suo sibilo e tutta la città ne fu piena.
Enrico percorse correndo il tratto che lo separava dalla Mensa Protagonisti. Qualcuno era già arrivato, altri entrarono poco dopo. Saluti, frizzi, sbadigli, imprecazioni. Infilò la scheda nella fessura della macchina e ritirò la colazione dalla bocca sdentata illuminata sussurrante. Sedette al suo tavolo preferito.
Tutti i tavoli erano uguali ma da quell’angolo poteva guardare attraverso una finestra che era molto più di una semplice finestra, era annullamento del tempo, realtà ma anche interpretazione artistica; uno squarcio di città rimasto intatto usciva dal buio e si presentava ai suoi occhi in un’atmosfera ogni volta diversa a seconda della luce del sole, delle frange di pioggia, delle volute di nebbia. D’accordo, mancava la gente, adesso non c’era più nessuno in città. C’erano solo loro, quelli dei Quadri. E la morte della città aveva fatto rinascere una miseria antica, l’odore di legno putrido.
«Avanti, ragazzi, sono le sette e mezzo.» Dario era un uomo sui cinquanta, corpo massiccio costretto nella tuta rossa degli Artisti, testa rapata ma barba rigogliosa. Raccolse intorno a sè il gruppo di giovani che nel frattempo si erano radunati nella Mensa.
«Allora vediamo se ci siamo tutti. Roberto, Juan, Helen, Greta, David, Ennio… dov’è Ennio, qualcuno lo sa?» Nessuno lo sapeva.
«Ancora cinque minuti,» concluse Dario, «Poi lo sostituiremo. Le comparse saranno qui alla solita ora.»
Poco dopo la porta si aprì ed entrò Alex. Era un Indipendente e non partecipava ufficialmente ai Quadri, ma in pratica viveva nell’ambiente degli Artisti rimediando qua e là l’indispensabile per tirare avanti. Il fascino del ragazzo era dovuto soprattutto alle parole che diceva, parole che avevano la facoltà di rimanere sospese al di fuori delle risate e dei frizzi e di quanto veniva detto nel gruppo. Solo dopo ci si accorgeva che di tutto quanto era stato fatto e detto durante il giorno, l’unica cosa rimasta accovacciata in un angolino della mente era un abbozzo di idea, un fantasma di pensiero che, se analizzato, rappresentrava l’essenza delle parole di Alex. In qualsiasi altra città sarebbe stato un leader dalle idee rivoluzionarie, tutto teso a distruggere per rifare, ma in una città come quella, fatta di cose morte, silenzi, sciacquii e nebbie, solo quelli dei Quadri potevano ascoltare le sue parole, e l’ambiguità della sua posizione dipendeva dal fatto che ben pochi le condividevano
Lo sguardo di Alex si fermò su Dario, «Prendo io il posto di Ennio. Lui non viene.»
Dario non rispose ma due rughe verticali gli si formarono in mezzo alla fronte. Guardò l’orologio. I cinque minuti erano trascorsi, «Va bene,» disse, «Prendi il costume del mercoledì, Quadro Sei.»
La tensione che si era creata tra i due era palpabile. Alex si avviò al guardaroba. Passando vicino a Enrico gli posò una mano sulla spalla, ammiccando.
Alle otto in punto la squadra al completo e in costume usciva dalla Mensa diradandosi subito nell’intrico delle calli, ognuno diretto al proprio posto di lavoro.
Quella mattina la sirena aveva dato avviso di bassa marea. L’acqua della laguna avrebbe quindi lasciato parecchie strade scoperte ma nessuno avrebbe approfittato di quell’occasione per camminare lungo calli e fondamente, tutti si sarebbero serviti come al solito dei passaggi infissi sui muri a un metro e mezzo dal piano stradale lungo i pochi itinerari obbligati. La bassa marea era un fenomeno rarissimo ed era un vero disgusto. Nei tratti lasciati scoperti dall’acqua che si ritirava, il selciato mostrava il suo volto vecchio di secoli incrostato di melma putrida, un magma di rifiuti, un cimitero scoperto di topi.
Il vociare dei ragazzi si spense in lontananza. La Mensa rimase un punto di luce sussurrante nella nebbia. Un filo di musica filtrava attraverso la porta e subito veniva assorbito dal grigio. Dall’interno, lo scorcio della città rimasta come un tempo non si vedeva più.

***

La vettura parte veloce e silenziosa dal campo dei charter poggiando la sua eleganza su un nulla frusciante. Attraverso le curve pareti di plastica la città dei sogni con le torri e gli archi sull’acqua non si vede ancora, avvolta com’è in un bozzolo di nebbia che in realtà è un sudario. Poi un grido esce improvviso da duecento gole seguìto da duecento esclamazioni di sorpresa quando la vettura si inabissa con calcolata estemporaneità nelle acque della laguna. Ronzii di apparati di registrazione, clicchettii di macchine fotografiche, fruscii di olocamere, occhi lucidi sugli indicatori luminosi, sui display elettronici. Le prime rovine della zona sommersa cominciano a prendere forma attraverso gli strati opachi dell’acqua, si avvicinano e sfrecciano all’indietro in un susseguirsi di bocche spalancate in un lungo urlo silenzioso. I duecento esseri umani al servizio dei piccoli robot girano la testa da una parte all’altra lasciando alle loro protesi ammiccanti il compito di osservare, registrare, procurare prove che stanno veramente entrando nella città delle fate.
Ed ecco le possenti strutture che la True Venice Sightseeing Co. Inc. ha costruito per sorreggere la zona emersa di sua proprietà e procurare agli affezionati clienti il brivido previsto, poiché “Solo le immagini delle vostre registrazioni potranno convincervi che tutto questo è realtà”.
Un gigantesco arcobaleno di neon ingoia la vettura al suo emergere all’interno del terminal mentre centinaia di palloncini di plastica lampeggiano un infaticabile WELCOME. Il gruppo si unisce compatto e vociante ad altri gruppi vocianti in attesa sulla piattaforma, quindi la strada mobile comincia a spostare verso la città una processione traballante di vecchissimi bimbi. Tre ore. Tre intere ore di permanenza nel regno delle fate, nel dominio del grande silenzio (ma riusciremo veramente a resistere al silenzio tutto questo tempo?) dove dicono si senta persino il fruscio dell’acqua che accarezza i fianchi dei palazzi, e poi… e poi I QUADRI!
Il sole comincia a far brillare la nebbia, ed è proprio come dice il dépliant della True Venice, la città è “immersa in un alone di luce dorata”. Attenzione al display, facciamo la panoramica della luce dorata che, sorry, dell’alone di luce dorata che avvolge la città, una zoomata su quel pezzo di colonna che sembra messo lì apposta… ma i Quadri dove sono, perché non cominciamo subito? Ebbene, signori, una gradita sorpresa per voi. Siamo lieti di annunciare che oggi potremo assistere a tre Quadri anziché due come previsto dal programma… ooohhh!… in considerazione del fatto… parlottare e gridolini… quale omaggio della True Venice… schioppettare di mani allegre come farfalle. Potete vedere ora nell’angolo destro tra una selva di pali conficcati nel fondo una gondola che sta attraversando il canale attenzione a non oltrepassare la linea gialla segnata a terra. Se richiesto faremo fermare la gondola a metà sequenza del Quadro… d’accordo, signori, la vostra sensibilità artistica è evidente ed era stata prevista. La gondola si fermerà. Come potete osservare l’imbarcazione trasporta gente vera e non occorre che sottolinei la drammaticità di questo Quadro, basta una manovra sbagliata, un’onda improvvisa, il semplice spostamento di un passeggero perché l’imbarcazione si capovolga, e tutto questo PUO’ SUCCEDERE ORA D-I-N-A-N-Z-I A-I V-O-S-T-R-I O-C-C-H-I ! Ancora pochi metri e la gondola si fermerà per farsi giustamente ammirare da tutti voi. Ma c’è qualcosa che… il gondoliere si affretta anziché fermarsi… sta sopraggiungendo una delle navi che fanno servizio di trasporto sul Canale Lungo e questo significa onde pericolose per la piccola fragile gondola e il suo carico di esseri umani, ci sono donne, vedo anche un paio di bambini! Potete vedere anche voi come il gondoliere tenti di allontanarsi spingendo sul remo con tutte le sue forze…è una manovra molto difficile! La prora della nave ormai incombe… nasconde la gondola ai nostri occhi!
La folla soffoca, bocche coperte da mani pallide, occhi che finalmente vedono.
Ma ecco, signori, che il pericolo è passato e il nostro gondoliere è ben saldo sulla sua barca e sta manovrando per frenare. Un bel Quadro veramente, signori, siete stati fortunati, un’occasione che difficilmente si ripeterà. E ora un applauso per questi magnifici interpreti. Vi ricordo che la linea dei prodotti True Venice comprende anche la serie completa dei Quadri ed è disponibile presso i punti vendita autorizzati, ma attenzione, controllate che il marchio sia quello originale della True Venice!

***

Enrico e Alex tornavano alla Mensa Protagonisti camminando lungo le strette tavole. Nessuno dei due parlava, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni neri. Enrico guardava Alex che lo precedeva di qualche passo, maglietta a strisce orizzontali bianche e blu, casacca buttata sulla spalla, solino, cappello di paglia con nastro rosso. La loro divisa. Mentre attraversavano campo San Vidal sentirono il vaporetto del Quadro Nove che si avvicinava. Dall’alto del ponte dell’Accademia lo videro prendere forma nella nebbia che sfiorava l’acqua del Canal Grande. Doveva esserci Williams al comando. E infatti i due ragazzi videro la sua mano agitarsi in segno di saluto. Enrico e Alex rimasero sul ponte fino a quando il vaporetto con il suo carico di comparse multicolori si fece sfocato, perse consistenza e si dissolse nella nebbia. Enrico fece per proseguire ma Alex rimase con le braccia appoggiate sul parapetto del ponte.
«Andiamo, si fa tardi,» Enrico si incamminò.
«Di’ un po’, ci hai pensato?»
Enrico sapeva cosa significava quella domanda ma non si sentiva ancora in grado di rispondere, «Adesso andiamo, ne riparleremo.»
«No. Parliamone ora, non possiamo più aspettare. Possibile che tu non riesca a vedere l’assurdità di tutto questo? È grottesco, immorale!»
Enrico si era fermato, «Potrei anche essere d’accordo con te, solo che… insomma, tu hai la possibilità di mantenerti indipendente pur rimanendo nell’ambito degli Artisti. Io, se mi metto contro, che faccio? L’ideale, d’accordo, lo scopo dell’arte eccetera, d’accordo, ma io voglio rimanere qui, in qualsiasi altra città non riuscirei a vivere. Se mi metto dall’altra parte della barricata il mio posto verrebbe subito preso da un altro. Ennio e Dario aspettano proprio questo per mettere altri dei loro.»
«Di Ennio non devi preoccuparti più.»
«Che vuoi dire? Ennio non si è fatto vedere oggi e guarda caso c’eri tu a sostituirlo.»
Carlo scrollò le spalle, «Sono un Indipendente, sostituisco chiunque manchi.»
Alberto lo affrontò, «Parliamoci chiaro, io non voglio sapere perché quel figlio di puttana non è venuto, per quanto mi riguarda può andare a farsi fottere, però non è con le nostre idee che possiamo mettere fine a questo merdaio.»
L’acqua che passava sotto il ponte dell’Accademia era sporca, scura, oleosa. Nel suo lento fluire trasportava i rifiuti che le comitive di turisti gettavano durante i loro tour, involucri multicolori di razioni alimentari, assorbenti, scatole vuote di film, bottiglie di plastica, preservativi, frammenti di mondi lontani con scritte incomprensibili. La città era morta ormai da anni, trasformata in un cimitero di fantasmi. E chi manteneva nella memoria collettiva la città delle fate erano loro, quelli dei Quadri, protagonisti delle scene destinate a chi poteva pagarsi il viaggio da ogni angolo della Terra. Ovviamente era necessaria la tessera di appartenenza, l’iscrizione al sindacato, l’obbligo di parlare e muoversi e vestirsi come imposto dagli sponsor, gli schemi dei Quadri dovevano ripetersi perfettamente anche nei minimi dettagli, sempre.
Enrico guardava l’acqua lurida che passava sotto il ponte, «Prova a guardare la faccenda in un’ottica diversa. Forse anche il lavoro che facciamo come anonimi stipendiati della True Venice, come marionette mosse dai Creatori di Quadri può definirsi movimento artistico. La pittura continua a interpretare la realtà con mezzi sempre nuovi, perché allora non possiamo considerare queste rappresentazioni come quadri? Il concetto di quadro è passato dalla roccia dipinta all’ambiente chiuso dell’atelier, all’impressione en plein air, all’uso di materiali che non hanno niente a che fare con colori e pennelli, quadri trasformati in sculture, in creazioni estemporanee, happening, performance, in multipli… ecco, noi siamo dei multipli viventi e abbiamo fatto una scelta perché amiamo questa città-simbolo, non vogliamo che essa, anche se morta, imputridisca.»
Il ragazzo rimase a lungo in silenzio, poi soggiunse con voce stranamente incolore: «Però, malgrado tutto, sento che hai ragione.»
«Riesci a capire adesso?» Alex parlava guardando il sipario grigio che copriva la Salute, «Le nostre sceneggiate sono un affronto all’anima di questa città, non facciamo che imbellettare il cadavere, gli mettiamo dentro una molla e lo facciamo ridere e saltare ogni giorno per tutti gli stronzi che vengono qui a onorare l’obbligo del turismo intelligente, fottuti individui carichi di soldi che si sentono perduti se non hanno le loro stramaledette telecamere appiccicate agli occhi poiché ormai sono quelle i loro occhi, è la macchina che guarda e dà loro la certezza di essere stati veramente qui,» sputò nel canale. Poi sputò ancora con rabbia maggiore, «Siamo venuti da ogni parte del mondo per ridare vita a questa città-idea però non possiamo farlo sulla base di contratti commerciali a scadenza semestrale, con azioni impastoiate dai sindacati. Questa città-idea dobbiamo farla veramente nostra vivendola, e chi vuole vederci venga pure, con o senza olocamera, ma se vogliono vedere veri Quadri devono girare per le strade o sopra tavole di legno o affondando i piedi nella merda. Questa città deve ridiventare la vera matrice delle nostre opere, aperta a chiunque purché parli lo stesso linguaggio culturale. Non c’è posto per tutti. Questo è un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, appartenente a un’altra dimensione, ed esiste solo per chi può capirlo. Qui si lavora con bacchetta magica e con cappello a cono, non con computer e filosofie high-tech.»
Il Quadro Tre cominciò a farsi sentire come un monotono brusio punteggiato di alti scoppi di invettive. Le due donne erano affacciate alle rispettive finestre, l’una di fronte all’altra ai due lati della calle, e con i pugni appoggiati sui fianchi mettevano in scena la baruffa quotidiana del tutto incomprensibile ai turisti ammassati sulla piattaforma di plastica bordata di giallo. Tra qualche minuto ci sarebbero stati gli immancabili applausi.
Enrico e Alex guardavano la nebbia che galleggiava sull’acqua.
Alto sopra la coltre di grigio, lamentoso e poi stridente, filtrò l’urlo di un charter in partenza con il suo carico policromo di umanità soddisfatta per aver visitato la città delle fate rigorosamente live. La prova era avvolta nella scatola di plastica rossogialla pronta per essere esibita agli amici rimasti a casa. La città delle fate non c’è più. Forse è sotto quel velo grigio che la TV a circuito chiuso sta trasmettendo… ma ora basta, vediamo cosa prevede il programma, vediamo qual è la prossima tappa!
I due ragazzi scesero dal ponte dell’Accademia e si diressero verso Corte dell’Albero. Attraversarono il piccolo campo con la fontana ormai muta da anni, si inoltrarono nel grumo delle calli. Ai lati si alzavano pareti che erano ossari.
Il rumore dei loro passi risuonava sulle tavole di legno alte sopra le strade di fango.

Renato Pestriniero

Inchino

(Venezia, 27 luglio 2013. La Carnival Sunshine sfiora San Marco. Ecco l”inchino’ pericoloso della nave da crociera)

3) Dal Gazzettino del 25 luglio 2013

La capacità di vergognarsi

Due casi emblematici presi nel mucchio: a San Giacomo viene vietata la tipica festa veneziana organizzata dalla Benefica e, sempre a San Giacomo (ma anche alla vicina chiesa degli Scalzi) cadono pezzi di strutture marmoree. La Soprintendenza si sveglia all’improvviso e vede che la manifestazione benefica non s’ha da fare, e la giustificazione è ancora più sorprendente della decisione: i fumi delle griglie rovinano il muro della chiesa.
Ma forse la Soprintendenza non si è svegliata del tutto perché non si è accorta che Venezia sta cadendo letteralmente a pezzi per una somma di cause che, chi la vive, conosce benissimo in quanto le vede e le subisce giorno dopo giorno.
Mi chiedo come possano essere ammissibili certe giustificazioni. Non sarebbe meglio il silenzio e limitarsi, se possibile, alla vergogna? Poche ore di fumo prodotto da costicine e salsicce rovinano le strutture murarie e va bene tutto quello che succede da decenni e ha ridotto la città all’immondezzaio e alla rovina che stanno sotto gli occhi di (quasi) tutti? Quand’è che un minimo di pudore permetterà a certi amministratori di starsene almeno zitti? Quand’è che qualcuno di loro avrà il coraggio di camuffarsi, uscire dal Palazzo e mescolarsi a chi vive la città per rendersi conto di come si è costretti a viaggiare, o anche sperimentare sulla propria pelle cosa dovrà sopportare chi deve raggiungere l’ospedale all’Angelo in caso di necessità, o come difendersi dalle bande armate di borse false e rose ma anche di coltelli, dai kapò dell’elemosina organizzata che hanno ridotto la città a una corte dei miracoli, dai pezzi di pietra che cadono dalle case…
E soprattutto quand’è che la smetteranno di preoccuparsi per problemi come il fumo di un barbecue di beneficenza?

Renato Pestriniero

MARCO GASPARINETTI. RIFLESSIONI DI UN VENEZIANO ILLUMINATO

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gasparinetti

Rubo dalla pagina FB di Marco Gasparinetti, giurista presso European Commission.

L’ingordigia ci rovinerà, la miopia ci seppellirà.

Quando l’unica bussola sono gli utili trimestrali, non si costruisce nulla di duraturo. Venezia è ancora in piedi (dopo secoli!) perché i suoi mercanti sapevano guardare più in là del proprio naso.

Gli edifici che ci hanno lasciato in eredità non erano costruiti con materiali scadenti, la manodopera utilizzata era la migliore dell’epoca, le navi troppo pesanti erano tenute per legge ad alleggerire il carico prima di entrare in laguna.

Se al posto di quei mercanti ci fossero stati dei bottegai, la venezia che conosciamo non esisterebbe nemmeno. I mercanti sapevano fare “sistema”, consapevoli che il buon funzionamento della cosa pubblica crea le condizioni migliori per l’arricchimento individuale. i bottegai guardano solo ai loro interessi contingenti di bottega, e i risultati si vedono.

Potremmo essere un’isola di eccellenza nella mediocrità generale, ma c’è chi preferisce sprofondare in un mare di paccottiglia.

Qualcuno dice che il passaggio delle maxinavi a venezia non fa danni, solo perché non vede onde di superficie? è come dire che l’amianto è innocuo perché non provoca danni cutanei. Se volete la verità chiedetela ai polmoni, chiedetela ai pali di legno che sorreggono questa città unica al mondo.

Ai ministri che si incontreranno il 25 luglio: se sperate nel silenzio della stampa assopita dalle vacanze estive, non avete capito niente: il mondo ci guarda, e i contribuenti vi pagano per decidere, non per passare il cerino acceso ai prossimi che verranno. il 25 vogliamo chiarezza, grazie.

“when big ships pass by, windowpanes tremble and vibrations lead to cracks in the walls of old buildings”. quando la gente si trova le crepe in casa, potrebbe anche cominciare a perdere la pazienza, non credete?

quelle navi non fanno onde di superficie, è vero: la massa d’acqua che spostano (“dislocamento”) si sposta sotto il pelo dell’acqua e preme all’altezza delle nostre fondamenta. Per quanto tempo potranno sopportare una pressione di questo tipo, fondamenta erette su milioni di pali in legno?

e all’estero continuano a chiedersi come sia possibile, avere una città unica al mondo e ridurla a una banale disneyland per turisti pigri, che venezia vogliono “vederla” dall’ottavo piano di un ospizio galleggiante:
http://www.arte.tv/sites/de/yourope-de/2013/07/05/italien-blos-nicht-mit-dem-kreuzfahrtschiff-nach-venedig/

IN LAGUNA SOLO LE NAVI UTILI E COMPATIBILI

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arici

(Foto di Graziano Arici)

COMITATO NO GRANDI NAVI – LAGUNA BENE COMUNE

(www.nograndinavi.it)

Venezia, 11 luglio 2013

IN LAGUNA SOLO LE NAVI UTILI E COMPATIBILI

La prestigiosa rivista Lancet ha pubblicato l’esito di una ricerca condotta per 13 anni su 300 mila persone di nove paesi europei che per la prima volta dimostra in modo incontrovertibile il rapporto tra l’insorgere di tumori ai polmoni e l’inquinamento da polveri sottili. L’Italia è risultata essere tra i paesi eruropei più inquinati.

L’Istituto Oncologico Veneto stima che tra Venezia e Mestre vi sia statisticamente un eccesso significativo di casi di neoplasia del polmone rispetto al resto d’Italia: un ben triste primato.

L’Arpav ha dimostrato che il traffico croceristico è a Venezia la maggior fonte di inquinamento atmosferico: la produzione di polveri sottili è praticamente pari a quella prodotta dal traffico automobilistico di Mestre (Apice, Common Mediterranean strategy and local practical Actions for the mitigation of Port, Industries and Cities Emissions, Modelli e Metodi per l’indagine, tab. 19 pag. 30).

Noi non diciamo, come Agatha Christie, che tre indizi fanno una prova, ma certamente i fatti richiedono una profonda riflessione e invitano a ispirare ogni scelta a quel principio di cautela che fin qui è mancato. Il passaggio delle grandi navi in Bacino di San Marco è certamente un gravissimo problema, ma questo modello di crocerismo improntato a un gigantismo insostenibile ne comporta molti altri, il primo dei quali è il rischio per la salute.

Dunque non si tratta solo di togliere le navi dal Bacino di San Marco (l’unico problema del presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa), o di farlo togliendole dalla Marittima (l’unico problema del sindaco, Giorgio Orsoni), ma di allontanarle da un centro urbano densamente abitato e dal cuore di un sistema ambientale delicato e fragile, come si farebbe se fossero delle fabbriche. Queste navi inquinano infatti come fabbriche ma non hanno nessuno dei controlli che dovunque nel mondo si fanno sulle fabbriche: esse vanno allontanate dalla laguna.

Dove e come va deciso anche sulla base di un’attenta valutazione dei costi e dei benefici che aiuti a contemperare le esigenze dell’impresa economica e del lavoro con quelle più generali della collettività, e le valutazioni offerte ieri dall’Associazione Veneziana Albergatori che hanno smontato le trionfalistiche sparate dell’Autorità Portuale e della Venezia Terminal Passeggeri sull’indotto legato al crocerismo dovrebbero far riflettere dei saggi reggitori della cosa pubblica.
Il Comitato non è contrario alle crociere, non vuole buttare il bambino con l’acqua sporca, vuole che in laguna entrino solo le navi utili e compatibili, ma utilità e compatibilità non possono essere giudicate solo da Autorità Portuale e Vtp, sulla base di studi mai divulgati e anzi secretati. Utilità e compatibilità dovrebbero essere definite da studi autorevoli e indipendenti che il 25 luglio i ministri competenti dovrebbero avviare, dato che fino a oggi il Comune non l’ha fatto, dando intanto immediata applicazione al decreto Clini – Passera che vieta l’accesso in laguna delle navi oltre le 40 mila tonnellate di stazza lorda.

IL GONDOLIERE CINESE: UN NOIR AMBIENTALISTA

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cover

LUCIO ANGELINI, IL GONDOLIERE CINESE, SUPERNOVA EDIZIONI.

Il romanzo, recita la quarta di copertina, ha una struttura piuttosto anomala: ”stilizzata/filigranata”, vi si dice. Ma la parte centrale (il lungo chatteggio tra un uomo-cane e l’artigiano veneziano Alvise Forcolin) ha ben poco di stilizzato, anzi richiede uno spesso strato di pelo sullo stomaco per essere affrontata e digerita.

Dichiara l’autore:

“Ho scritto questo libro – un NOIR ambientalista – con il preciso intento di dare un contributo alla causa, anche se solo letterario e quindi nella piena consapevolezza che l’impatto concreto potrà essere vicino allo zero assoluto, ma sono confortato dal pensiero che negli ultimi anni e mesi si è andata accumulando un’importante quantità di materiali di controinformazione (Dalpaos, Tattara eccetera,) a contrastare e smentire i bollettini ufficiali e le apologie di se stessi propalati dalle varie autorità portuali, amministrative, lagunari e via discorrendo.

Proprio per esprimere la crescente indignazione e il grande senso di scandalo – ovvero di grave turbamento – con cui assisto da anni allo stravolgimento di Venezia e della sua laguna, oltre che allo sperpero di danaro pubblico nei modi più dissennati, ho cercato di ideare una storia capace di imprimere un forte choc in chi la legge, una storia che fosse la più scandalosa e inquietante possibile, da utilizzare come metafora per la condizione in cui appunto versano – e purtroppo non sul piano della fiction – sia Venezia sia la sua laguna e parallelasse le vicende veneziane.”

Vi è un Prologo, in cui il gondoliere cinese – nato a Venezia da genitori cinesi – Fosco Lin racconta in prima persona la storia della propria venezianità e del proprio sodalizio con il compagno di mansarda Alvise Forcolin, cultore di mestieri veneziani tradizionali e “artigiano in Venezia“, come si firma nella lettera al Gazzettino con cui si apre il libro.

Una torbida vicenda centrale in cui il gondoliere Fosco Lin scopre una lunga corrispondenza webbica tra il suo amico Alvise e uno slave veronese ridotto a dog da un master con la fissa dell’animal play nel campo del BDSM (Bondage/Discipline/Sadomasochism).

[Si veda la foto di Joel Gordon al seguente link:

Probabilmente sarà proprio tale foto a essere utilizzata in eventuali edizioni successive, ma per la prima edizione l’editore ha preferito qualcosa di meno choccante, o meglio, di choccante solo in senso ambientalista, prelevata dal sito veneziano di Italia Nostra e scattata da Stefano Fiorin.]

Il libraio Claudio Moretti della libreria Marcopolo di Venezia ha scritto all’autore:

“Caro Lucio Angelini, non ho ancora letto il tuo libro. Oggi una coppia di turisti aveva visto del tuo libro sul manifesto del programma No Grandi Navi, erano molto incuriositi dal titolo. Io ho preso il libro e mostrandogli l’immagine di copertina gli ho detto: “Vi ricordate la foto di Tienanmen, quella del cinese a piedi che ferma il tank dell’esercito? Qui c’è il gondoliere con la sua gondola che cerca di fermare questa enorme nave.” Il fatto è che fino ad un momento prima della loro domanda non avevo la risposta al perché del tuo titolo, diciamo che è stata una rivelazione. Ma è proprio quello che tu volevi dire con questo titolo?”

tankman

E l’autore:

“Bellissima interpretazione la tua, grazie. Ma il gondoliere del mio libro è proprio figlio di cinesi trapiantati a Venezia, ha studiato al Foscarini, parla in venessian, è innamoratissimo di Venezia e ce l’ha a morte con i devastatori della città . Insomma è un sino-veneziano perfettamente integrato, anche se i colleghi gondolieri lo chiamano ‘El Cina’. E’ perfettamente in linea con le recenti dichiarazioni di Laura Boldrin, presidente della Camera: ‘la figura del migrante va rivalutata come la più emblematica della nostra epoca, l’espressione più contemporanea del processo di globalizzazione in corso. Non è il poveraccio che viene da noi ma qualcuno che mette a disposizione la propria esperienza nel Paese in cui si trova a risiedere.’

Però l’immagine di copertina ha un po’ quella funzione lì: richiamare Davide e Golia, l’Unknown Soldier (il Rivoltoso Sconosciuto) contro il tank a Tienammen… e chi più ne ha più ne metta.”

Si arriva a un Epilogo: una scena-madre, ambientata nel Giardino Più Misterioso di Venezia, quel giardino di villa Eden che chiunque può andare a guardonare dal di fuori (ne sono severamente proibiti l’accesso e le visite) e al denouement della vicenda, di cui ovviamente si tace. Quando Lucio Angelini parlò del giardino Eden nel suo blog

http://lucioangelini.wordpress.com/2010/10/05/il-giardino-piu-misterioso-di-venezia/

intervenne nei commenti lo stesso custode della villa, che Ida Tonini, nella postfazione al libro “A garden in Venice”, aveva definito feroce:

utente anonimo 10 aprile 2011 alle 14:39

Sono il custode del giardino citato nella discussione.Ritengo di non essere cosi’ feroce come descrittomi dalla sig.ra Tonini.Eseguo solo il mio lavoro come stabilito dal contratto in essere con la Fond.ne.

Il custode.

E ALBERTO TOSO FEI:

meraviglioso. tutto questo dialogo è surreale. sono tentato di inserirlo in un prossimo libro… Lucio, sono a tua disposizione per forzare le ferree leggi della violazione di domicilio, sfidando ogni ferocia guardianesca. l’unico problema che intravedo è il litigio tra me e te su chi debba entrare prima o invece fare da staffa al piede dell’altro.

Nel testo sono presenti nove inserti che nella fiction corrispondono a 9 post tratti dal blog letterario di Fosco Lin, nella realtà dal blog “Cazzeggi Letterari”, dello stesso Angelini.

L’AUDIZIONE DEL COMITATO NO GRANDI NAVI ALLE COMMISSIONI CONSILIARI

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VENEZIA: TENSIONE A MANIFESTAZIONE CONTRO GRANDI NAVI LAGUNA

COMITATO NO GRANDI NAVI – LAGUNA BENE COMUNE

(www.nograndinavi.it)

Se si vuole salvare il Porto, fuori immediatamente le navi incompatibili dalla laguna

Il necessario divieto al transito delle grandi navi davanti a Piazza San Marco non può essere pagato al prezzo della definitiva devastazione della laguna, e dunque le cose vanno valutate anche da un altro punto di vista. Nelle righe che seguono, cerchiamo di mettere in luce tutti i termini del problema, così come noi li vediamo.

Negli ultimi 15 anni il traffico croceristico è cresciuto a Venezia in maniera esponenziale: i passeggeri sono aumentati del 439 per cento e il numero delle toccate (gli attracchi delle navi) è passato da 206 nel 1997 a 655 nel 2011 (1418 toccate complessive calcolando anche traghetti e navi veloci). Con un milione e 795 mila passeggeri imbarcati o sbarcati nel 2011, Venezia è diventata il primo “home port” croceristico del Mediterraneo e il trend si è confermato anche nel 2012 con un milione e 775.944 passeggeri per 661 toccate.

Le navi da crociera attraccano in Marittima, cioè in città, entrando e uscendo dalla bocca di porto di Lido: ciò significa che a ogni toccata esse passano per due volte in Bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca, nel cuore storico di Venezia, a 150 metri dal Palazzo Ducale. Il confronto è istruttivo: non si può dire che le navi siano grandi come palazzi, perché lo sono molto di più: 300 metri di lunghezza, 50 di larghezza, 60 d’altezza; stazzano migliaia di tonnellate. E aumenteranno ancora, di numero e di dimensioni. Il 2 giugno 2012 è arrivata in Marittima la Msc Divina, la nave più grande mai entrata in laguna: 333 metri di lunghezza per 139 mila tonnellate di stazza lorda.

L’impatto visivo delle navi in Bacino è impressionante: sono evidentemente fuori scala con la città. Ma a chi ha cominciato a temere per il numero e la mole crescenti delle navi è apparso chiaro che ci sono ben altri problemi di cui preoccuparsi: gli effetti idrodinamici provocati dal passaggio delle navi su un tessuto urbano antico, fragile e delicato o sull’ambiente lagunare (dislocano migliaia di tonnellate, quando passano l’acqua nei rii cala d’un colpo di 20 e più centimetri per il risucchio); i rischi per la salute, dato che l’Arpav ha dimostrato che il traffico croceristico è a Venezia il maggior produttore di inquinamento atmosferico: la produzione di polveri sottili è praticamente pari a quella prodotta dal traffico automobilistico di Mestre (Apice, Common Mediterranean strategy and local practical Actions for the mitigation of Port, Industries and Cities Emissions, Modelli e Metodi per l’indagine, tab. 19 pag. 30), ogni nave inquina come 14 mila automobili, soprattutto quando è all’ormeggio.

Ricordiamo che il tenore di zolfo nel carburante di queste navi è del 3,5% in navigazione e solo dal 20 maggio 2012 è stato ridotto allo 0,1% in laguna com’era da qualche tempo all’ormeggio. Tanto per capire, il tenore di zolfo nel diesel delle automobili è dello 0,001%, cioè 3500 volte inferiore al limite in navigazione e 100 volte inferiore al limite lagunare. L’anidride solforosa trasforma in gesso i marmi dei monumenti veneziani e danneggia malte e intonaci.

Il parlamento europeo, dopo aver valutato che almeno 50 mila persone muoiono ogni anno in Europa a causa dell’inquinamento delle navi, ha votato a fine maggio una direttiva che imporrà per tutte le navi il limite dello 0,5%, ma solo dal 2020, ed è probabilmente in questa prospettiva che le compagnie da crociera hanno graziosamente accondisceso con un accordo volontario (Venice Blue Flag) al limite dello 0,1% dall’entrata alle bocche di porto, ma un paese civile avrebbe definito un provvedimento che le obblighi a ciò in tutti i porti, e non solo a Venezia, mentre resta insoluto il problema dei controlli, rarissimi e per campione.

Il Porto garantisce che l’inquinamento verrà reso nullo all’ormeggio con l’alimentazione elettrica da terra (cold ironing). Al riguardo, sia chiaro, esiste solo uno studio di fattibilità dell’Enel, non finanziato, per alimentare solo 4 navi delle 9 che a breve la Marittima potrà ospitare, contro le 7 di oggi, mentre la produzione di energia elettrica viene spostata dalle navi alla centrale di Fusina: ovvero, ammesso che il progetto sia realizzato, l’inquinamento prodotto domani sarà identico a quello prodotto oggi. “Come si può vedere – riporta sempre Apice (pag. 51) – il decremento medio delle concentrazioni di PM2.5 risulta attorno all’1% ed interessa in particolare il centro storico. Si osserva che complessivamente nessuno degli interventi di mitigazione ipotizzato

consente di contenere l’effetto dovuto all’incremento dello sviluppo portuale previsto al 2020”.

Ci sono poi l’inquinamento elettromagnetico per i radar sempre accesi (e ci si preoccupa per i telefonini) e quello marino per le pitture antivegetative delle carene; i rumori assordanti, giorno e notte, delle navi all’ormeggio praticamente a ridosso delle case; le vibrazioni che liquefano i leganti delle malte di case e monumenti; il rischio di incidenti (perdita di rotta, incendi, spandimento di carburante) o – perchè no? – di attentati in Bacino San Marco.

I cittadini hanno cominciato a mobilitarsi, e negli anni l’Autorità portuale ha cercato di rassicurare la gente con una serie di studi autoassolutori che hanno tutti il difetto di essere di parte. Ad analizzarli con attenzione, gli studi sono parziali, carenti, superficiali. Ad esempio, per quanto riguarda gli effetti idrodinamici, l’Autorità Portuale ha strumentalmente continuato ad affrontare solo il tema del moto ondoso di superficie, spacciandolo in tutti i suoi comunicati come l’unico problema, ma su quanto avviene su rive e fondali per il dislocamento non esiste nulla, probabilmente non per caso, anche se si sa che l’Ismar Cnr ha analizzato alcuni aspetti del problema senza rendere mai noti i risultati. Gli studi pagati coi fondi pubblici devono essere resi pubblici!

C’è poi l’impatto turistico: nel luglio 2011 da sei navi ormeggiate contemporaneamente in Marittima sono sbarcati in città in un solo giorno 35 mila croceristi, che si sono aggiunti ai 60 – 70 mila ospiti presenti quotidianamente in una città il cui numero di abitanti è già sceso sotto la soglia dei 59 mila. Venezia si sta trasformando (se non lo è già) in un parco tematico, ma se il turismo è ricchezza, come dicono gli operatori, le compagnie di navigazione, l’Autorità portuale, non si capisce come mai la città in quanto tale si stia spegnendo e il Comune debba vendere i suoi più bei palazzi per garantire i servizi.

Lo stesso presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa, in più occasioni (l’ultima sul Corriere della Sera del 4 giugno 2012) riconosce che il contributo economico dei croceristi alla città è modesto, mentre la vera ricchezza portata dal crocerismo sarebbe l’indotto. Ma quali sono le cifre? Chi ne guadagna? Quali sono le società? Dove sono localizzate? Quali ne sono i capitali? Che contratti hanno i lavoratori? E dove vivono? Perché se le risposte a queste domande facessero capire che una parte o molto dell’indotto va altrove, Venezia farebbe (come al solito) solo la parte della mucca da mungere.

Nel tempo Autorità Portuale e Venezia Terminal Passeggeri hanno dato al riguardo cifre diverse senza mai rendere pubblici gli studi che le avrebbero determinate. Ad esempio gli occupati sarebbero 5785 (maggio 2013); 5470 (giugno 2013); 7600 (febbraio 2013); 4255 (giugno 2013); 5470 (agosto 2012, “A Venezia dal Mare”); 6000 (Cruise Venice 13 giugno 2013); 6800 (Cruise Venice 28 giugno 2013). L’indotto sarebbe 500 milioni di euro (settembre 2010); 405 milioni di euro (febbraio 2013); 435 milioni di euro (febbraio 2013); 221 milioni di euro (giugno 2013); 1 miliardo di euro (Cruise Venice 13 giugno 2013). L’indotto avrebbe pesato per il 5,4 per cento sul Pil del Comune a febbraio 2013 mentre ora, dopo lo studio del prof. Giuseppe Tattara (vedi oltre), è dichiarato al 3,96 per cento. L’Autorità Portuale è un ente pubblico, gli studi che sostanzierebbero questi dati contraddittori vanno resi pubblici.

In ogni caso, coloro che prendono per oro colato le valutazioni sui vantaggi economici che il crocerismo porterebbe alla città dovrebbero porsi anche il problema dei suoi costi ambientali, fisici, sociali, ma su questo tema l’unico studio non di parte che noi si conosca è stato prodotto non da un’Autorità italiana, come sarebbe doveroso, ma dall’Ente croato per il Turismo, dato che le navi da crociera che partono da Venezia costeggiano la Dalmazia e fanno tappa anche a Ragusa (Dubrovnik) dove la popolazione è scesa sul piede di guerra. Ebbene, lo studio ha concluso che il beneficio economico annuale del crocerismo per la Croazia può essere stimato in una cifra tra i 33,7 e i 37,2 milioni di euro, mentre il danno ambientale va calcolato in almeno 273 milioni di euro, con un saldo negativo di ben 238 milioni di euro!

Uno studio del prof. Giuseppe Tattara, docente di Economia politica al Dipartimento di Economia dell’Università di Ca’ Foscari, ha valutato che l’indotto complessivo prodotto dal crocerismo sia pari a 280 milioni di euro all’anno e che i costi ambientali connessi ammontino a 270 milioni di euro all’anno. Costi e benefici, dunque, praticamente si equivalgono, ma per calcolare i costi il prof. Tattara ha considerato solo quei parametri sui quali la comunità scientifica internazionale ha definito un valore monetario, e dunque non sono stati valutati i costi derivanti dall’inquinamento da polveri sottili, i danni ai monumenti, la devastazione morfologica della laguna. Lo studio del prof. Tattara è consultabile da chiunque, nessuno di quelli di Autorità Portuale e Vtp è leggibile.

Il sindaco, Giorgio Orsoni, aveva dapprima proposto assieme al presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, una sorta di “senso unico”: le navi, cioé, entrerebbero dalla bocca di porto di Malamocco passando dal Canale dei Petroli e uscirebbero da quella di Lido, dimezzando il numero dei transiti in Bacino San Marco. Poi il “senso unico” è stato negato dall’Autorità Portuale, che ha sostenuto che le navi dovrebbero anche uscire dalla bocca di Malamocco, ma mai dalla Venezia Terminal Passeggeri che lo ha sempre sostenuto.

E’ la proposta che i ministri Clini (Ambiente) e Passera (Infrastrutture) hanno tradotto nel decreto 2 marzo 2012 sulla protezione dei siti marini sensibili, all’interno dei quali è vietata la navigazione alle navi che superino le 500 tonnellate di stazza lorda: per Venezia, però, si prevede il divieto del passaggio in Bacino San Marco solo delle navi oltre le 40.000 tonnellate di stazza lorda.

Per capire, il Titanic ne stazzava 46.000, e nessuno sa come sia stato determinato questo limite di “sicurezza”. Perchè, in ogni caso e invece, non si fa mai riferimento al dislocamento?

Questa alternativa, però, prevede lo scavo del piccolo canale Contorta Sant’Angelo che dalla profondità di 1,80 m. verrebbe portato a 10 m. e dalla larghezza di 6 m. verrebbe portato a 190. A 250 tenendo conto degli argini che nel progetto si vogliono far passare per barene destinate al “miglioramento” ambientale della laguna! La cartografia storica mostra che lì non sono mai esistite “barene”; le “barene” non sono reti riempite di sassi a contenere fanghi e sabbia come prevede il progetto: quelle sono isole artificiali destinate a confinare all’interno del canale i devastanti treni d’onda prodotti dal passaggio delle grandi navi. Noi giudichiamo la proposta peggiore del male, dato che portare le navi in Marittima dalla porta di servizio manterrebbe tutte le criticità e in primis l’inquinamento devastando definitivamente la laguna.

Diamo lo stesso giudizio anche sull’ultima proposta del sindaco, Giorgio Orsoni, che ora ha rinnegato il progetto Contorta e ha invece ipotizzato la realizzazione di un nuovo terminal croceristico a Porto Marghera, anche se non ha mai spiegato dove, per quali navi, se provvisoriamente in vista di una soluzione fuori dalla laguna o a tempo indeterminato. Entrambe le proposte prevedono lungo tutto il già intasatissimo Canale dei Petroli una pericolosissima commistione di navi da crociera in mezzo a petroliere, chimichiere, gasiere, portacarbone, portacontainer. Se accadesse un incidente come quello della Zenith del 25 giugno 2013?

Per il Comitato, insomma, le grandi navi, quelle incompatibili con la città e con la laguna, vanno estromesse immediatamente, come chiesto con una petizione firmata da 12.600 cittadini. L’Autorità portuale, ad esempio, ha avviato la realizzazione 8 miglia al largo di Malamocco di due terminali in mare aperto per petroli, container, rinfuse, dunque se si vuole si può.

Al riguardo, una spiegazione. La laguna di Venezia è un ambiente artificiale nel quale, per un millennio, gli interventi del governo della Serenissima hanno sfruttato i fenomeni naturali per mantenerne l’equilibrio, garanzia di sopravvivenza della città. Il destino di ogni laguna, infatti, è interrarsi o divenire un braccio di mare, ma se oggi Venezia è ancora in parte protetta dalla sua laguna lo si deve appunto alle sagge politiche di conservazione attuate nei secoli passati dai suoi reggitori.

Caduta nel 1797 la Repubblica, saperi e attenzione ambientale si sono persi e si è iniziato un lungo percorso di adattamento della laguna alle esigenze di una moderna portualità che ha finito per rompere un delicato equilibrio e per devastarla. Le bocche di porto sono state allargate e approfondite, sono stati scavati canali artificiali profondi e rettilinei, sono stati interrati migliaia di ettari di “barena” col risultato che oggi, se non fosse per la sopravvivenza del catino fisico e dei cordoni dei lidi che la separano dal mare, non si potrebbe più parlare veramente di laguna dal punto di vista morfologico, biologico, idrodinamico. Il Canale dei Petroli è un cancro che ogni giorno divora la laguna (e con le loro proposte Orsoni e Costa lo vogliono utilizzare ancor più massicciamente finendo per portarlo in Piazza San Marco). Al riguardo segnaliamo “Fatti e misfatti di idraulica lagunare”, del prof. Luigi D’Alpaos, docente di idraulica all’Università di Padova (Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, Memorie, Venezia 2010). Cent’anni fa in laguna vi erano 150 km quadrati di “barene”, oggi ridotte a 47 km quadrati. Cent’anni fa la profondità media della laguna era di 40 cm., ora per la perdita di circa 750 mila – 1.000.000 di tonnellate di sedimenti all’anno è di 1,50 m. e tra cinquant’anni, se non si porrà mano per davvero al suo recupero morfologico, sarà di 2,50 m. Cioè non ci sarà più una laguna.

Le leggi speciali per Venezia prescrivono da quasi quarant’anni (legge n. 171 del 1973) l’estromissione almeno del traffico petrolifero dalla laguna, ma finora non vi si è ottemperato e solo oggi, non per ragioni ambientali ma per adeguare la portualità a nuovi traffici e per temperare gli intralci e i ritardi all’entrata delle navi in laguna che il “Mose” comporterà, l’Autorità portuale ha lanciato il progetto dell’avamporto in mare aperto per i petroli e per i container. Se si estromettessero anche le navi da crociera, per la prima volta da duecento anni a questa parte si potrebbe cominciare a pensare di invertire davvero il degrado della laguna, arrivando forse in futuro alla chiusura del Canale dei Petroli, rimuovendo cioè le cause del dissesto morfologico così come prescritto dalle leggi speciali (legge n. 798 del 1984).

Noi oggi suggeriamo un percorso che ha per obiettivo l’estromissione dalla laguna delle navi incompatibili col complessivo benessere della città e col recupero morfologico della laguna. La vera alternativa è cambiare modello, rifiutare la corsa al gigantismo che fa gli interessi solo delle compagnie da crociera ma non della città. Sul piano istituzionale è inaccettabile che per il Governo le uniche alternative per dare corpo al decreto Clini – Passera siano quelle oggi incidentalmente sul tavolo, al di fuori di un percorso che tenga in considerazione tutti gli aspetti del problema, e non solo il passaggio delle navi davanti a San Marco, e senza valutare tutte le opzioni possibili.

Si facciano studi seri, autorevoli, non di parte per definire questa soglia di compatibilità, fondata su stazze, dislocamento, pescaggio, carburanti puliti, e poi si fissi un limite di sostenibilità turistica complessiva assegnandone una quota invalicabile al crocerismo: indicate queste due precondizioni – compatibilità fisica e sostenibilità turistica – si potrà decidere quali e quante navi potranno continuare a entrare in laguna e venire ad attraccare in Marittima e quali e quante saranno destinate all’estromissione, e solo allora sarà possibile, anche col sostegno di un attento studio costi – benefici, riempire di contenuto quel “fuori le navi dalla laguna”. Il range va dall’opzione zero (nessuna altra nave oltre a quelle che possono entrare), all’attracco in altri porti e il trasferimento con altri mezzi dei croceristi a Venezia, al terminale in mare aperto come per petroli, container e rinfuse, al terminale incardinato su uno dei lidi veneziani.

Questo, secondo noi, deve fare il sindaco, promuovendo un percorso partecipato che ponga un argine ai disegni autoreferenziali dell’Autorità Portuale e della Venezia Terminal Passeggeri, che stanno immaginando una laguna trasformata in Rotterdam. Serve, insomma, un nuovo Piano Regolatore Portuale (l’attuale è del 1908!) costruito d’intesa con la città e non contro la città, come vuole la legge. Il Porto è di Venezia non è Venezia del Porto.

A parte i problemi ambientali, il nuovo Prg dovrebbe partire dal riconoscimento di tre vincoli strutturali che nel giro di pochi anni metteranno fuori gioco il porto lagunare: il crescente gigantismo navale, già oggi incompatibile coi fondali della laguna; il Mose coi suoi intralci alla navigazione; l’aumento del livello del mare che l’Ipcc (Intergovernmental Panel for Climate Change) stima prudenzialmente in 30 – 35 cm al 2050, limite che il Centro Previsioni e Segnalazioni maree del Comune rileva già in via di superamento, con la necessità di chiudere le paratoie alle bocche di porto centinaia di volte all’anno. Se davvero si vogliono salvare Porto, indotto, lavoro, fin dal prossimo 25 luglio bisogna pensare a soluzioni che prevedano le grandi navi fuori dalla laguna.

(Silvio Testa – Giugno 2013)